Un po’ di storia
Ai primi del ’900 il Poggio di Petto era un alpeggio dove i pastori del paese di Cavarzano portavano i loro greggi di pecore al pascolo. L’alpeggio iniziava a maggio e si protraeva fino a settembre. Mentre le greggi pascolavano, i pastori lavoravano sodo: raccoglievano la legna e preparavano il carbone per l’inverno, mietevano il grano e coltivavano l’orto e le patate.
Le famiglie vivevano tutte insieme nel rifugio, allora chiamato capanna, dormendo su giacigli di paglia. A settembre, prima dell’arrivo del freddo, radunavano i greggi e partivano per la Maremma a svernare. Così anno dopo anno, dai nonni ai padri ai figli, fino all’arrivo delle prime industrie tessili a Prato e in Val di Bisenzio.
Quel cambiamento portò molti a lasciare le tradizioni agricole per diventare artigiani, industriali e commercianti, abbandonando e talvolta vendendo la montagna che li aveva ospitati e aiutati. Ma uno di quei pastori non smise mai di amarla.
La rinascita
Nilo Pieragnoli (1920–1980), reduce dalla seconda guerra mondiale e con la nostalgia di quei luoghi, negli anni Settanta ricomprò il Poggio di Petto. Con impegno e tenacia iniziò a ridargli vita, trasmettendo ai figli la sua stessa passione per queste cime, tra boschi, crinali e prati da pascolo.
«Il rifugio non è solo una casa in montagna: è memoria, lavoro condiviso e accoglienza.»
Dal passato al presente
- Primi ’900: alpeggio stagionale e transumanza verso la Maremma.
- Anni ’70: Nilo Pieragnoli riporta vita al Poggio di Petto.
- Oggi: tradizione e cucina dell’Appennino, ospitalità e natura sul crinale del CAI “00”.